Dolomiti senza confini, contro le guerre e per l'accoglienza

Un percorso di pace sui sentieri della Grande Guerra. Realizzato grazie al sostegno dai fondi di "Interreg Italia-Austria, il Fondo europeo di sviluppo regionale" e "Dolomiti Live"

Dolomiti senza confini

Dolomiti senza confini

Chiara D'Ambros 16 agosto 2018

Estate, agosto, un’amica giapponese mi propone qualche giorno sulle Dolomiti. Ai Nagasawa, regista e videomaker, conosce bene questi luoghi perché lo scorso anno ha realizzato un documentario per NHK, la TV giapponese ripercorrendoli con Bepi Monti, gestore del Rifugio Carducci.
Saliamo dalla Val Fiscalina e facciamo base proprio al Carducci. Qui incontro Bepi e scopro che è uno dei fautori del progetto “Dolomiti senza confini” che ne parla con entusiasmo contagioso. Si tratta di 12 percorsi attrezzati che si sviluppano tra Italia e Austria, tra il Cadore e la Pusteria dalle Tre Cime di Lavaredo alla Val del Gail. Un percorso di pace sui sentieri della Grande Guerra. Realizzato grazie al sostegno dai fondi di "Interreg Italia-Austria, il Fondo europeo di sviluppo regionale" e "Dolomiti Live", è stato inaugurato lo scorso lo scorso 9 giugno con la presenza del simbolo dell’alpinismo altoatesino ma anche italiano e mondiale, Reinhold Messner e di altri due alpinisti d’eccezione Fausto De Stefani e Hans Wenzi.

Camminando per queste montagne riconosci segni continui di appostamenti, trincee, sentieri scavati durante la Grande Guerra. La maestosità delle montagne e la loro bellezza è segnata dalla sfrontatezza umana e dall’assurda logica della conquista. Nessun vento, nessuna tempesta di acqua, o neve può soffiare via i ricordi della grande tragedia degli inizi del novecento che ha visto migliaia di giovani affrontare immani fatiche e sofferenze sino spesso alla perdita della vita.

La sera arrivata in rifugio prima di cena, esco nel silenzio del tramonto con il libro sto leggendo in questo momento: “Viaggio al termine della notte” di Celine. Mi imbatto nel dialogo tra Lola e Fedinand in cui lei dice che è impossibile rifiutare la guerra e lui: “Allora vivano i pazzi e i vigliacchi. Ti ricordi un solo nome per esempio di uno dei soldati ammazzati nella guerra dei Cent’anni? […] Ti sono altrettanto anonimi, indifferenti, sconosciuti quanto l’ultimo atomo di questo fermacarte davanti a noi, quanto la tua cacca mattutina… Vedi allora che sono morti per niente, Lola! Per assolutamente niente di niente! Te lo dico io! Abbiamo fatto la prova! Non c’è che la vita che conta”.

Sulle montagne che ho intorno, penso che lottavano per la patria, prima che per la vita, ma la patria non sentiva la fatica, il freddo, la nostalgia di casa, la paura.

Oggi centinaia di migliaia di persone vanno in montagna per divertimento, per avventura, per scappare dalla città. Anche oggi quassù – penso – si possono provare fatica e paura per qualche passaggio o percorso impervio che si attraversa e forse questo può vagamente illudere che avvicini a quei soldati, ma non c’è paragone sostenibile. Oggi non c’è un nemico, non la patria. L’andare per montagne è una scelta, un piacere, un interesse.

A partire dalle testimonianze indelebili, passo passo con il Progetto Dolomiti Senza confini
è un’opportunità di crescita della consapevolezza dell’insensatezza della guerra e un seme affinché si coltivi il desiderio di pace. Pensare agli alpini, mentre si percorrono queste valli oggi, vestiti di tuttopunto, con scarpe comode, materiali che si asciugano velocemente, una sontuosa merenda nello zaino, il cellulare, rende quasi impossibile immaginare come potessero vivere qui i soldati, con il rancio che poteva mancare per giorni se sopravveniva il maltempo, che non si sa come e se si potevano lavarsi, con i loro pensanti cappotti e duri scarponi, che avevano al massimo una radio per comunicare con altri compagni a valle o in appostamenti limitrofi.


Ma attraversare questi sentieri attrezzati restituisce sentore, seppur vago, della severità di questi luoghi.
Il passaggio di persone in tempo di pace, nell’intento dei realizzatori del progetto vuole consentire l’avvio verso un nuovo presente che non dimentica ma procede in sintonia con la bellezza che questi luoghi regalano senza sottovalutarne la durezza, la preparazione e l’attenzione che richiedono.

Le Dolomiti come simbolo di accoglienza e rispetto. Un ribaltamento della prospettiva mostra la montagna non come “confine naturale”, bensì luogo di incontro, membrana porosa che si lascia attraversare dagli esseri umani da entrami i lati senza discriminazioni se non la possibilità fisica e mentale di “riuscire a salire”.
Monti non come muri ma porte, accessi verso l’Europa. Luoghi che ospitano sentieri, strette strade scavate con ostinazione, passaggi resi accessibili nonostante le asperità per comunicare e incontrarsi, scambiare merci e idee, superando le difficoltà.

Tra sentieri o rifugi si incontrano persone di diverse provenienze e nazionalità.
Può capitare, così, di trovarsi la sera in uno dei 17 rifugi di questo percorso, al Rifugio Carducci, con un gruppo di musicisti Francesi che propongono canti di tutto il mondo: grechi, ungheresi, polacchi, pezzi blues che evocano le strade di New Orleans ma anche canzoni napoletane o siciliane. Tra una parte e l’altra del concerto, che grazie al clima accogliente creato dai gestori sembra non finire più, parlando coi musicisti scopri che da cinque anni sono un ensemble con alcuni elementi fissi altri variabili, girano per i rifugi di Alpi e Pirenei ed sono approdati per la prima volta quest’anno nelle Dolomiti. www.tourneedesrefuges.fr

Tra gli spettatori, ospiti del rifugio, ungheresi, italiani, francesi, e alcuni ragazzi polacchi che il giorno seguente incontriamo lungo la via ferrata per arrivare al passo della Sentinella, attraverso la via degli Alpini, che passa sotto Cima11 e il Bivacco ai Mascabroni, uno dei tratti della “Dolomiti senza confini rout”.
Tra un passaggio di roccia e qualche passo su sentiero si scambiano due parole e scopri che uno di loro ha fatto un Erasmus in Italia, chiedi dove, e ti viene inaspettatamente risposto Campobasso.
Raggiunto il passo, i ragazzi polacchi scendono verso Auronzo, verso il versante veneto, noi da quello altoatesino, verso Sesto.
Nella discesa, sole, ci godiamo il privilegio di questo paesaggio s-confinato che, in questi luoghi, si apre davanti e dentro di noi.