Spettacolo e lavoro fragile: lo studio Cgil sulle criticità del settore

Discontinuità occupazionale e welfare debole mettono a rischio il futuro previdenziale dei lavoratori

Spettacolo e lavoro fragile: lo studio Cgil sulle criticità del settore
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redazione Modifica articolo

5 Febbraio 2026 - 17.09


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Il settore dello spettacolo rappresenta uno degli esempi più evidenti delle trasformazioni del lavoro contemporaneo, caratterizzato da discontinuità, alternanza tra periodi lavorati e non lavorati, pluralità di contratti e frammentazione del reddito e delle tutele.

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Secondo i dati dell’Osservatorio Inps, il comparto ha recuperato in parte il crollo dovuto alla pandemia, ma continua a mostrare fragilità strutturali che incidono direttamente sulle prospettive previdenziali di migliaia di lavoratori. Il tema è stato al centro della giornata di studi organizzata da Slc Cgil, con il contributo di ricercatori, giuristi e sindacalisti, che hanno evidenziato i limiti di un sistema di welfare ancora incapace di garantire risposte universali. Nel 2024 i lavoratori dello spettacolo erano circa 342mila, con quasi 4 miliardi di euro di retribuzioni complessive, ma a fronte di poco meno di 33 milioni di giornate retribuite, segno che la quantità di lavoro non coincide con la sua continuità.

Come sottolinea il rapporto curato da Ezio Cigna, la discontinuità non è una condizione temporanea ma una caratteristica strutturale del settore. Questo comporta un rischio concreto: molti lavoratori, pur versando contributi per anni, potrebbero maturare pensioni insufficienti a garantire una vecchiaia dignitosa, con la conseguenza di dover ricorrere a strumenti assistenziali come l’assegno sociale, accessibile solo a 67 anni e subordinato a requisiti di reddito. Il quadro che emerge è quello di un comparto in ripresa nei numeri, ma ancora segnato da profonde debolezze previdenziali e sociali.

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