L'arte che si schiera: "Il nazionalismo è pericoloso, Europa attenta"

Parlano i direttori di musei di fama internazionale: Chapuis del Bode di Berlino, Greco dell'Egizio, Bradburne di Brera. La linea è: noi apriamo alle altre culture e diciamo no ai muri

L'arte che si schiera: "Il nazionalismo è pericoloso, Europa attenta"
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29 Settembre 2018 - 00.58


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I musei devono accogliere e includere ogni persona, devo avere programmi anche per immigrati, mentre erigere muri o barriere è contro natura. Lo dicono, in sintesi, i direttori di tre fra i più importanti musei al mondo al convegno quanto mai opportuno e puntuale, “I musei e la dignità delle persone” organizzato dall’Opera di Santa Maria del Fiore (il Duomo) a Firenze e ideato dal suo direttore, monsignor e storico dell’arte  Timothy Verdon. Iniziato venerdì 28 e in corso fino a sabato mattina, ecco quanto riferiscono a globalist.it tre partecipanti (c’erano anche i Musei Vaticani e il Ministero dei Beni e Attività Culturali) quali Julien Chapuis che guida il Bode Museum di Berlino, Christian Greco al timone dell’Egizio di Torino, James Bradburne che pilota la Pinacoteca di Brera a Milano. Il concetto è chiaro: no ai muri
Chapuis da Berlino: “Ci sono movimenti che rimandano agli anni ’30”
“L’Europa ha sempre avuto un approccio culturale aperto, soprattutto dalla Seconda guerra mondiale, ma adesso c’è una grande pericolo: il nazionalismo si fa sentire con voce sempre più forte, dice cose che rimandano agli anni 30 e movimenti molto forti vogliono impedire l’accesso alle persone. È pericoloso”. Non richiama la terribile memoria del nazismo un attivista politico o un volontario di una Ong, evoca una situazione d’emergenza Julien Chapuis, direttore del Bode Museum di Berlino, raccolta statale di scultura antica e arte bizantina, tra le più spettacolari, blasonate e antiche collezioni pubbliche al mondo. Prosegue: “Quando a Papa Francesco hanno chiesto cosa pensa di Trump disse che chi vuole costruire un muro non è un cristiano: un cristiano costruisce ponti per comprendere gli altri, non per tenerli fuori. Penso ci sia davvero il pericolo che la società si stia polarizzando. I musei possono intervenire mostrando che c’è molto di più che unisce le culture che non quanto le divide”. Storico dell’arte svizzero, quarantenne, interviene nell’Auditorium della Cassa di Risparmio di Firenze dopo aver illustrato quanto il Bode Museum si sia adoprato – con risultati concreti, per esempio con un programma chiamato “Multaka” – per dialogare sia con le nuove generazioni sia con persone provenienti da altre culture o dalle origini extraeuropee: siriani, orientali, africani …
Greco dall’Egizio: didascalie in arabo, la collezione appartiene al mondo
Christian Greco come direttore dell’Egizio di Torino quest’inverno fu attaccato violentemente (a parole) e minacciato di essere rimosso da Giorgia Meloni per un’iniziativa aperta ai cittadini di matrice araba. Premesso che la casa di sfingi, faraoni, mummie e molto altro “mette al centro la ricerca perché se non ci poniamo in un posizione di umiltà verso il nostro materiale per capirlo non possiamo salvaguardarlo”, da lì ricorda l’archeologo che un museo non è dato “dalla sommatoria della cultura materiale contenuta nelle vetrine” quanto dall’essere un luogo di “dialogo”. Perciò l’Egizio “sta cercando di creare ponti con la società a 360 gradi, da un nuovo spazio per bambini da 0 a 6 anni all’aprire gli archivi agli studiosi”. Perciò il secondo museo al mondo quanto a reperti dall’antico Egitto ha didascalie in italiano, inglese e arabo: “Il museo è politico nel senso etimologico del termine e guarda alla città e a tutte le sue componenti. Quindi non solo agli italiani, una collezione universale come la nostra appartiene al mondo”.
Bradburne da Brera: “Noi invitiamo migranti, Caravaggio è del mondo”
Appartenenza al mondo? Per l’appunto è un concetto su cui insiste anche James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera, museo statale a Milano con capolavori come Piero della Francesca o Bramante, tanto per non esagerare: “Con un nostro programma invitiamo migranti dall’est Europa, dalla Siria, dall’Africa a raccontare la loro esperienza davanti ai quadri. Un museo per definizione è aperto a tutti. Che uno sia milanese o sia arrivato dalla Tunisia quando vede Caravaggio diventa un suo Caravaggio. Un museo è un crogiuolo di cittadinanze, di tolleranza, di scambi. Caravaggio non appartiene alla Lombardia o all’Italia, è un patrimonio globale. Nel museo creiamo un’identità che possiamo condividere con gli altri, con persone di origine diversa, e questa condivisione è la base della società civile”. Bradburne dice “identità”, termine brandito spesso bastione contro l’arrivo dei migranti. “L’identità è inclusiva, non restrittiva, non esclusiva – risponde l’architetto e museologo – Altrimenti è riduttiva anche della mia identità, sono soltanto io, allora torniamo alla famiglia, alla mia tribù. No: siamo esseri umani e abbiamo la dignità di riconoscere in ogni persona le sue esperienze. E i musei sono al servizio della crescita di un’identità così”. E allora dovrebbero aprirsi ad altre culture? “Sì – restituiamo la parola a Chapuis – Noi diamo il benvenuto a tutti. Ho trovato molto istruttivo visitare posti come la Cina dove all’improvviso ero una minoranza e tutti mi guardavano. Bisogna mettersi nei panni di un altro per capire i suoi problemi”.

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